COSA RIMANE DI UNA FOTO

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Oggi un’Europa che per mesi ho percepito come cinica, crudele e indifferente ha pianto la perdita di un bambino di appena due anni che purtroppo non ci sarà più.  
Personalmente ho sempre cercato di essere ottimista, non perdere la speranza e lottare per quello in cui credo, ma ritrovandomi davanti ad un’immagine del genere, il senso d’impotenza e la tristezza hanno preso il sopravvento e non ho potuto fare a meno di interrogarmi su che mondo sia questo se non si riesce nemmeno a proteggere una vita indifesa.

Su alcune cose devo prendere atto però, a dispetto delle polemiche che ci sono state sulla pubblicazione o meno di questa foto, il modo di percepire la guerra in Siria e lo sbarco dei profughi sulle coste del Mediterraneo da ora in avanti non sarà più lo stesso. Se l’intento della reporter che ha scattato quella foto era far RISVEGLIARE COSCIENZE ASSOPITE, i risultati si stanno facendo vedere.

La gente sta reagendo e finalmente si sta dimostrando solidale verso il popolo siriano. Mi verrebbe da dire che stiamo ritornando umani un po’ tutti quanti perché come ha detto la scrittrice Sue Hubbard ai microfoni di BBC Trending “Non possiamo stare comodamente sul divano sorseggiando caffè, mentre ci sono bambini che affogano. Quando è troppo è troppo”. Sue Hubbard ha scritto una petizione che è stata firmata da più di 65.000 persone in poche ore, per chiedere al governo inglese di impegnarsi ad accogliere più rifugiati. Gli stadi tedeschi si riempiono di striscioni “Welcome Refugees” e a Budapest le persone si radunano in cortei per chiedere al governo di accogliere queste persone.

Tutto questo è stupendo, ovviamente mi dispiace che sia stata una foto così straziante a far riattivare sentimenti di compassione ed empatia, ma dobbiamo prendere atto del fatto che ormai il mondo occidentale è anestetizzato da violenze e disperazioni che accadono a chilometri e chilometri di distanza da noi. La tendenza alla spettacolarizzazione dei mass media ci porta ormai a vedere scene di guerra come se si trattasse di un film d’azione. L’ondata di odio e razzismo alimentato da avidi politici senza coscienza che farebbero di tutto pur di avere una manciata in più di voti, sta rendendo sempre più flebili quei sentimenti di solidarietà e compassione che dovrebbero essere alla base della coesione sociale e convivenza pacifica dei popoli. L’ignoranza gioca la sua parte e poi come spiegava Bauman già molti anni fa, lo straniero funge da detonatore sociale. In un contesto sociale precario come il nostro, caratterizzato da una forte crisi economica e da azioni politiche incapaci e/o insufficienti, dare la colpa all’esterno, allo “straniero” permette di avere un bersaglio tangibile da colpire, di dare la colpa a qualcuno mentre i veri responsabili continuano a fare gli spavaldi e nel peggiore dei casi a farla da padroni. Ma la foto di quel corpicino sulla spiaggia ha spezzato questa catena e ha portato il mondo a confrontarsi seriamente su quello che sta succedendo.
Per quanto riguarda il piccolo Aylan, mi piace poterlo immaginare felice mentre gioca con la sua mamma e il suo fratellino in un posto più sereno e più giusto di questo. A noi invece l’impegno di agire per non dimenticare.
Cosa potrebbe fare ognuno di noi? Di cosa hanno paura i politici europei? Quali sono le soluzioni che proporreste?

#JESUISKHALEDASAAD

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Il 19 Agosto 2015 il gruppo terroristico dell’ISIS ha ucciso Khaled Asaad, archeologo e direttore del museo di Palmira che ha preferito essere assassinato pur di non consegnare i beni storici del sito archeologico. L’uccisione di Khaled Asaad non è solo l’uccisione di un essere umano ma rappresenta il tentativo di demolire la libertà di espressione in un Paese facendo pagare con la vita chiunque tenti di opporsi ad un regime fanatico e totalitario.

Così come la distruzione di Palmira non è solo l’abbattimento di edifici ma è un attacco deliberato ai valori che essa rappresenta: la conciliazione e la pluralità dei popoli, il rispetto per i traguardi raggiunti dalle generazioni passate e il senso che noi siamo custodi dell’eredità umana per le generazioni successive. Ci sembra che qualche mese fa, per motivazioni più o meno simili tutte le bacheche Facebook e Twitter si fossero riempite di tanti JE SUIS CHARLIE, come a dichiarare che un attentato alla libertà di stampa rappresenti giustamente un attacco deliberato alla vita di tutti. Ci chiediamo allora perché tutte quelle persone non si chiamino ora KHALED ASAAD, qual è la differenza tra quello che è successo a Parigi e quello che è successo a Palmira, se non appunto che il primo attentato sia accaduto nel cuore della ricca Europa e il secondo nella polverosa Siria dilaniata dalla guerra? O la differenza sta nel fatto che i redattori di Charlie Hebdo fossero francesi e Khaled Asaad arabo? Anche i media, a parte il primo giorno, non hanno più parlato di Khaled Asaad mentre per giorni e giorni ci sono stati servizi sull’attentato a Parigi?E ancora perché il primo caso ha suscitato orrore e forti reazioni di mobilitazione internazionale (con tanto di marcia a Parigi con Hollande e la Merkel a braccetto) e invece la vicenda in Siria è rimasta nella quasi totale indifferenza? Convinti e convinte che non si possa soprassedere su certe vicende perché questo significherebbe farle scivolarle nel dimenticatoio, abbiamo deciso noi di creare la campagna di sensibilizzazione #JESUISKHALEDASAAD perché la vicenda in Siria ci riguarda e perché il patrimonio culturale che si vuole smantellare è ANCHE il nostro e tutte e tutti dovremmo sentirci colpite e colpiti da questa tragedia.
Cos’hai pensato e provato riguardo a questa vicenda? Cosa rappresentano per te Khaled Asaad, la Cultura e la Storia? Come potremmo impegnarci per salvaguardarle, valorizzarle e per non dimenticare il coraggio e la vita di Khaled? Condividilo con noi! Diciamolo a tutti e a tutte con #JeSuisKhaledAsaad!”
Khaled fa parte di noi, per questo non vogliamo dimenticarlo! E vogliamo far sapere all’ISIS che la nostra memoria sarà più forte dei loro coltelli e delle loro bombe!

DONNE & PERSONAL BRANDING


Il termine branding è stato da sempre affiancato alle aziende, ma da qualche tempo questo concetto viene accostato anche alle persone. Forse non tutti agiscono intenzionalmente sul loro personal branding, ma tutti noi ne possediamo uno perché è connesso alla PRIMA IMPRESSIONE che noi diamo di noi stess*. Ma cos’è nello specifico il personal branding?

 

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Il personal branding si riferisce a tutta quella serie di comportamenti, atteggiamenti, parole e azioni (modo di camminare, tono della voce, stretta di mano, modalità con le quali ci raccontiamo…) che influenzano l’immagine che l’interlocutore si farà di noi. Potete capire molto bene quanto il personal branding possa essere importante nei contesti lavorativi soprattutto in sede di colloqui.
Per questo motivo è diventato sempre più importante definire una STRATEGIA di personal branding che ha come obiettivo quello di definire i propri punti di forza, quello che ci rende unici e differenti rispetto agli altri (ai nostri concorrenti per intenderci) e che ci permette di comunicare in maniera efficace cosa sappiamo fare, come lo sappiamo fare, quale valore aggiunto potremmo portare in una realtà e perché gli altri dovrebbero sceglierci.

Potete facilmente intuire come il personal branding abbia poco a che fare con il “vendere se stess*” come se fossimo un prodotto o dando un’immagine falsa di noi stessi. Al contrario ci pone in relazione con il nostro essere, permettendoci di esprimere la nostra AUTENTICITA’ e ci permette di valorizzare aspetti VINCENTI della nostra persona che celiamo o dei quali siamo poco consapevoli e soprattutto ci permette di COMUNICARLI agli altri.
Le ricerche hanno però sottolineato come le donne più degli uomini abbiano difficoltà a creare e promuovere il proprio personal brand. Secondo Katie Bressack (tra gli altri, American Express OPEN CEO ambassador) le donne sono più svantaggiate nel personal branding perché l’educazione che riceviamo tende a scoraggiare l’auto-celebrazione e la celebrazione da parte di altri dei nostri successi. Infatti sin dalla giovane età, continua Bressack, ci viene insegnato ad essere “carine”, a non vantarci dei nostri successi mentre i ragazzi sono più incoraggiati in questo tipo di comportamenti. Ancora, è stato rilevato come le donne siano meno sicure di se stesse e tendano a rifiutare lavori prestigiosi che vengono loro offerti se non sentono di avere TUTTE le caratteristiche richieste dal ruolo, mentre gli uomini accettano offerte vantaggiose per loro anche se al momento non sentono di avere tutte le caratteristiche necessarie.
Ma il personal branding è qualcosa che può essere migliorato? La risposta è SI e l’imprenditrice Janet Kraus illustra 3 punti che possano aiutare le donne a definire il proprio “brand”:
1. CHIEDI A TE STESSA COME VUOI ESSERE VISTA dai tuoi datori di lavoro o dipendenti, clienti, investitori e partners, come persona e in relazione al ruolo che ricopri. Elenca i valori nei quali credi e vuoi rappresentare. Crea inoltre una lista di cose che sai fare bene e/o delle quali sei un’intenditrice e che potrebbero essere usate nella posizione che ricopri (o vorresti ricoprire) e che farebbero di te un’esperta del settore.
2. SCOPRI COSA TI RENDE INTERESSANTE. Potrebbe essere il tuo senso dell’umorismo, le tue capacità comunicative o la tua empatia. Identifica queste qualità in quanto secondo Kraus l’abilità di connettersi con gli altri crea dei ponti tra i tuoi valori e la tua expertise e ti permette di acquistare più fiducia nelle tue abilità.
3. REINVENTATI. Un personal brand è forte se può essere raccontato in maniera chiara ed incisiva. Qual è la tua storia? Pensa a celebrità che tu conosci e che possiedono un brand forte come ad esempio Mark Cuban, Martha Stewart e Richard Branson. Ognuna di esse possiede una storia personale chiara ed incisiva da raccontare. Se hai bisogno di un aiuto per definire e raccontare la tua storia al meglio, è altamente consigliato il libro Reinventing You di Dorie Clark.
Concludo questo post con una considerazione personale. In Italia anche se le cose stanno lentamente cambiando, il glass ceiling che non permette alle donne di ricoprire posizioni di tipo manageriale è ancora spesso. Sebbene le iniquità siano ancora tante, noi donne dovremmo sforzarci un po’ di più per abbatterle, lavorando prima di tutto sulla concezione che abbiamo di noi stesse, credendo nelle nostre capacità e nella bellezza insita nella nostra persona e poi sulla capacità di comunicare all’esterno quello che siamo. Di fatto possiamo fare ed essere tutto quello che vogliamo nella misura in cui siamo capaci di far convergere le nostre passioni con il messaggio che vogliamo trasmettere.

Buona Giornata Internazionale della Donna!

Per celebrare quest’evento riconosciuto a livello internazionale vi propongo di fare una riflessione storica e culturale a partire da un documentario della trasmissione Il tempo e la Storia.

Oggi torniamo agli anni ’60 e ’70, la cosiddetta “stagione dei movimenti”. Sono anni in cui il nostro paese subisce trasformazioni radicali e la modernità avanza a ritmi incalzanti: un fermento che produce al tempo stesso progresso e lacerazioni. La famiglia tradizionale entra in crisi e la donna diventa la nuova protagonista politica e sociale. Sono gli anni del Femminismo.

L’immagine di questa donna che corre nel prato di una periferia di una grande città mi sembra rappresentare bene il sentimento di Libertà e insieme di Autonomia e di Liberazione che fu caratteristico del Femminismo nella sua lunga storia.

Liberazione da che cosa?

Liberazione dagli schemi mentali, liberazione da leggi discriminatorie, liberazione da costumi considerati ingiusti.

E Libertà per che cosa?

Libertà di esprimere e di vivere pienamente la propria esistenza.

E’ la doppia fisionomia di un movimento che ha riguardato insieme la sfera pubblica e la sfera privata e che ha mostrato, come si diceva al tempo, il legame tra ‘personale’ e ‘politico’.

Queste esigenze e questi stimoli si possono considerare conclusi oggi nel nostro paese?

Raggiungere questi obiettivi può essere ancora importante per le donne?

E può esserlo anche per gli uomini?

In attesa di leggere le tue risposte, ti lascio con l’immagine del doodle di Google di oggi che rappresenta le tante capacità e i diversi ruoli che possono assumere le donne.doodle 8 marzo

Buona Giornata Internazionale della Donna a tutte.. e a tutti!!

Mujica chi?

Stavo leggendo quest’articolo a proposito del libro italiano che presenta Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, e che contiene alcune parti dell’intervista da cui è tratto.

Tra le frasi di Mujica che mi hanno colpito (da quelle sulla prigionia fino a quelle sui giovani e sulla politica), ce ne sono alcune che mi hanno impressionato di più: quelle sulla natura.

Dagli anni ’80 del ‘900 si è diffusa sempre di più una consapevolezza dell’ambiente e noi nati/e in quegli anni abbiamo sperimentato l’introduzione delle raccolta differenziata e i primi corsi di educazione ambientale, che si diffondono sempre di più e con metodologie innovative. Eppure quest’uomo di quasi 80 anni ha un legame con l’ambiente, anzi con la natura, molto più profondo di varie persone delle nostre “nuove” generazioni che non riescono a sentire su se stesse le ferite inferte al territorio o al mare che sono, di fatto, la nostra, unica, casa.

“Io credo molto nella natura, adoro la natura. Se è Dio, allora questo è il mio Dio: l’amore che ho per la natura, l’ammirazione, direi persino la devozione. La natura è il mio altare: le anatre parlano, le foglie parlano, la natura biologica è un permanente canto alla vita… e alla morte, tutto insieme. Ci sono persone che credono che vivendo nel campo ci sia solitudine; ma la solitudine è dentro di loro! Lì non esiste solitudine, il campo è l’emporio della vita, che va e viene, un luogo in cui tutto fa segno, ogni cosa manda segnali. Il problema è poterlo vedere, permettere che ti raggiunga: ogni fogliolina, i trifogli, tutto si sta accomodando per trovare il miglior angolo d’incidenza. Questa è magia, una magia permanente.

A te invece cos’ha colpito di più di queste parole?
Raccontaci quali riflessioni o scelte ti suscitano!

Getting your voice heard – authentic writing for English language students

Getting your voice heard – authentic writing for English language students.

LE PUBBLICITA’ SONO LA LENTE D’INGRANDIMENTO DELLE SOCIETA’

Nella società italiana il maschilismo è un fenomeno talmente radicato e diffuso che praticamente è diventato la normalità e molte persone non riescono nemmeno a rendersi conto che esista. Dov’è l’autodeterminazione delle donne italiane? Esiste? Siamo capaci di sentirci bene con noi stesse anche se la maggior parte di noi non possiede gli stessi canoni fisici dei modelli che i media propinano? E soprattutto le donne italiane si valutano e vengono valutate solo secondo la dimensione della bellezza, o altre qualità come intelligenza, talento, carisma, simpatia..vengono prese in considerazione?

Quando si progetta un marketing plan uno dei passi indispensabili che si devono compiere perché il proprio servizio o prodotto abbia successo è la segmentazione. In poche parole l’azienda sceglie un target di riferimento all’interno della popolazione e ne studia tutta una serie di variabili: geografiche, socio-demografiche, comportamentali e psicografiche. Lo studio approfondito del target di riferimento ha un ruolo chiave nel processo di vendita. Infatti non bisogna essere necessariamente dei marketers per comprendere che per vendere dei prodotti è necessario PRIMA capire chi sono i nostri clienti.  Ogni pubblicità si modella infatti secondo i suoi gusti, le abitudini e credenze. Ancora più interessante è comprendere come una multinazionale modifichi la sua strategia di comunicazione in base ai diversi Paesi in cui entra (avendo però sempre lo stesso mercato di riferimento) cercando di far leva su quelli elementi ai quali il target sarà più sensibile. Ad esempio un’automobile Fiat sarà pubblicizzata negli USA esaltando il design e il made in Italy mentre sarà pubblicizzata in Italia sfruttando le sue dimensioni ridotte e la facilità di parcheggio nonostante il traffico cittadino.

Vediamo quindi come venga pubblicizzato un prodotto femminile (nello specifico lo shampoo Pantene) in Italia e in altri Paesi:

PANTENE ITALIA:

PANTENE UK:

PANTENE FILIPPINE:

Notate qualche differenza? Quale pubblicità vi è piaciuta di più? Perchè? La prossima volta che guardate una pubblicità state attenti a quali elementi prende in considerazione per fare leva sul proprio segmento e scoprirete un substrato di credenze, abitudini e valori che prima non riuscivate a vedere.

RIFLESSIONI SULL’ITALIA

società-liquida

La cosa che più mi da’ fastidio dell’Italia è la sensazione di vivere all’interno di una prigione dalle sbarre gommose. Hai solo l’impressione che siano facili da superare ma non appena ti ci spingi contro, esse ti risbattono al punto di partenza. Sono rimasta molto colpita nello scoprire che sia Bahuman che Mandela ribadiscono con forza che alla fase del piacere segue quella della responsabilità. Le generazioni precedenti hanno beneficiato dei frutti del dopoguerra, ne hanno estratto la polpa fino alla fine e ci hanno lasciato solamente qualche goccia. Non si sono preoccupati di cosa avrebbero fatto i loro figli, hanno solo cercato di mangiare e approfittare quanto più potevano. Forse qualche potente si è preoccupato di qualche figlio direttamente concepito. Siamo nella società in cui non importa chi sei ma chi conosci,e mentre continuiamo ad essere travolti dall’ennesimo scandalo di corruzione e di collusione dello Stato con la mafia, mi chiedo se anche noi, giovani, non abbiamo le nostre responsabilità.

Ovviamente si perchè siamo portatori diretti di quella mentalità malata, mafiosa e opportunista che si regge sul clientelismo più sulla meritocrazia. La critichiamo ma non riusciamo a cambiarla, quelli di noi che non ce la fanno a sopportare scappano.Ho sempre la pungente e fastidiosa sensazione che non va avanti chi merita, ma spesso va avanti chi è incompetente ma dalla sua parte ha “le conoscenze”.  Come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo punto? E’ possibile che non siamo riusciti ad edificare una briciola di senso sociale? E’ possibile che molti di noi ambiscano ancora al “posto fisso” e utilizzino master, università e conoscenze solo a tal fine? E’ normale che una borsa di studio venga considerata una tangente più che un’opportunità? Siamo in grado noi giovani di rimboccarci le maniche e riparare il danno commesso dalle vecchie generazioni? Nonchè liberarci finalmente di quella mentalità che ci ha portati alla rovina? A volte ho paura di no perchè vedo sempre e solo gente molto superficiale che ha poco voglia di cambiare le cose..aspetta qualcuno, un “leader” che lo faccia. Sinceramente mi sono fatta una mia personale opinione per spiegare questo stato di cose: molti di noi non hanno degli ideali collettivi ai quali ispirarsi, ognuno pensa sempre e solo al proprio pezzettino ed è questo egoismo portato ai massimi livelli che ci sta facendo sprofondare, ma nessuno e dico nessuno riesce a fare un cambio di rotta. Siamo tutti laureati ma pochi di noi sono menti pensanti, l’università è diventata un accumulo di crediti e voti. Quante persone si confrontano davvero su quello che studiano? Non mi piace l’Italia e quello che sta diventando. Si continua a volere tutto per diritto ma c’è poca voglia di lottare, molto meglio attaccarsi a qualche programma generalista con la solita soubrette con il culo al vento o fare il diavolo in quattro per l’ultimo IPhone. Siamo ancora nella fase del piacere alla quale non sta riuscendo a seguire un’assunzione di responsabilità. Spero solo che non sarà troppo tardi quando vorremmo finalmente cambiare le cose.

IL CAMBIAMENTO SI REALIZZA OGNI GIORNO

reyhaneh

Era il 25 Ottobre, piena di ansia e con mille paure leggevo e rileggevo un discorso che avevo preparato per l’evento  “Walk a Mile in her Shoes” che cerca di sensibilizzare gli uomini al tema della violenza di genere chiedendo loro di mettersi letteralmente “nelle scarpe” delle donne vittime di violenza. La voce mi tremava e continuavo a ripetere quel discorso scritto su un foglietto spiegazzato, ignara del fatto che durante gli istanti in cui sono salita sul palco e ho preso in mano il microfono, a più di 3500 km di distanza in un altro Stato e in un contesto completamente diverso, una ragazza della mia stessa età stava affrontando una prova ben più difficile della mia.

Si trattava di Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana giustiziata con l’accusa di aver ucciso l’uomo che ha tentato di stuprarla. Prima di andare sul patibolo Reyhaneh ha scritto una lettera alla madre che mi ha fatto molto commuovere, in un passo dice:” Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna LOTTARE” Reyhaneh avrebbe potuto salvarsi la vita se solo avesse deciso di negare il tentativo di stupro. Ma non l’ha fatto, ha deciso di andare avanti perché mentire avrebbe significato pagare un prezzo troppo alto, equivaleva diventare agli occhi della sua comunità  un’assassina oltre che bugiarda, nonché  indebolire ulteriormente la voce delle donne iraniane. I media hanno continuato a trasmettere giorno dopo giorno le immagini di Reyhaneh, le immagini del processo, le immagini della madre. Scatti su scatti come in una pellicola  di un Iran che considera le donne sempre subordinate all’uomo, storie lontane da noi che non ci piacciono ma non sappiamo cosa fare. Il 25 Ottobre Reyhaneh è stata giustiziata, dopo una settimana il buio totale sulla sua vicenda. Che fine hanno fatto le donne iraniane? Quante si trovano in una situazione simile? Qualcuno si sta muovendo per aiutarle?

Troppo spesso ci si limita alla notizia sensazionale, dati su dati di omicidi di donne ai quali però non seguono azioni concrete. Vale la pena ricordare storie del genere? Secondo me si, e non per fare retorica o per generare sentimentalismi, ma  non dobbiamo solo fermarci a questo, dobbiamo partire dalle donne che hanno sfidato i preconcetti, hanno lottato per la loro libertà e i loro diritti se vogliamo che le cose cambino. E’ nostro dovere formare e informare continuamente  perché non ha senso istituire il 25 Novembre come giornata mondiale contro la violenza delle donne o partecipare al flashmob di One Billion Rising il 14 Febbraio se tutti gli altri 363 giorni dell’anno le donne si dimenticano che valgono molto di più di quello che si vorrebbe far loro credere e gli uomini diventano apatici davanti a questo problema continuando a considerarci come oggetti. Hanno aborrito la parola femminismo, la gente adesso ha quasi paura di pronunciarla, parliamo di pari opportunità, uguaglianza di genere, empowerment femminile …  La verità è che quell’-ismo disturba, da’ l’idea di eccesso, è come un fischio all’ orecchio che vuoi assolutamente che passi. La parola femminismo indica un movimento di donne che si è battuto affinché le donne avessero gli stessi diritti degli uomini. Gli stessi diritti, non maggiori, gli stessi. Mi chiedo: vi fa male la parola femminismo o quello che si cela dietro di essa? Perché se andiamo a guardare cosa significa maschilismo possiamo subito accorgerci che indica invece la superiorità dell’uomo rispetto alla donna. Nella parola femminismo si nasconde la diversità di trattamento riservato alle donne.

Allora alziamo la testa per noi stesse e per noi stessi, per Reyhaneh e per  tutte le altre donne meravigliose che la storia ha dimenticato. Iniziate da stasera a controbattere alle battute sessiste e non ignorare come avete sempre fatto. Incazzatevi se non vi rispettano, protestate se venite rappresentate dai media come pezzi di carne da esporre, non  abbassate la testa davanti a chi si sente molto più a suo agio nel considerarvi insicure, dipendenti, indifese, deboli, perché non lo siete. Abbiate il coraggio di stare da sole con voi stesse perché è molto meglio di accontentarsi di essere la metà di un niente. In una parola LOTTATE! E voi ragazzi iniziate a camminare con noi, a diventare degli uomini che non hanno bisogno di usare le donne per sentirsi migliori, siamo due facce della stessa medaglia e nessuno ha bisogno di prevalere sull’altro. Lavorate invece sempre sulla vostra interiorità perché le donne non sono degli specchi messe lì per restituirvi un’immagine più grande e più potente di quella che voi riuscite ad avere di voi stessi. Il cambiamento si può fare se ognuno di noi alza la testa e agisce ogni giorno, se le persone non vengono dimenticate ma si parte da esse per costruire qualcosa che sia più giusto e migliore.

IL GIORNALISMO VOYEURISTICO. Il Fatto Quotidiano e la vicenda delle Totatsu-Kutsu

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Qualche giorno fa leggevo sul famoso giornale online un articolo che parlava delle Totatsu-Kutsu, le scarpe da uomo che possiedono un piccola telecamera sulla punta che serve a rubare immagini di parti intime di donne e ragazzine (piccola nota:non penso che la telecamera filmi le mutande a seconda dell’età anagrafica di chi le indossa).
Ovviamente ho ritenuto volgare e di pessimo gusto la trovata, ma quello che più mi ha lasciata perplessa sono stati i giudizi severi del giornalista del Fatto Quotidiano contro la polizia che ha autorizzato il sequestro di queste scarpe e che ha preteso la lista di tutti i clienti che le avevano acquistate. Provvedimento eccessivo? Vediamo cosa ne pensa il giornalista:

«..Una delle tante forme – più o meno innocue, più o meno socialmente/legalmente consentite – di cui è ricco il mondo, neanche poi troppo sommerso e sicuramente tra i più variegati e sofisticati al mondo, della locale “Perversione”.
Fatevi un giro sulla rete, anche in lingua inglese (ma quella indigena è estremamente più ricca), digitando la parola hentai e potrete farvene un’idea. Ma non è del mondo delle perversioni più o meno lecite o nascoste dei giapponesi che intendo parlare oggi. Quanto del metodo – un mix(efficace, bisogna dire) tra stato di polizia e socialpaternalismo – con il quale le “autorità” hanno, per ora, deciso di affrontare il fenomeno.»

Tralasciando il fatto che il termine indigeno non si usa più da millenni, ho paura che il giornalista del Fatto Quotidiano non abbia ben presente la distinzione tra realtà e finzione. Nel caso specifico, quella tra Hentai: cartoni animati a sfondo pornografico e realtà: quelle delle ragazze e donne adulte che vivono la loro quotidianità mentre uomini più o meno anziani si divertono a riprendere le loro parti intime come se fossero fenomeni da circo.
Ancora una volta, mi viene in mente il documentario, Il Corpo delle Donne di Lorella Zanardo quando racconta che i corpi delle donne non sono considerati liberi, vivi e forti ma assumono i connotati di contenitori di carne vuoti, scrutati e giudicati da occhi voyeuristici. Trovo che in articoli come questi ai corpi delle donne venga negata la dignità, il loro diritto di Esserci in tutta la loro forza ed espressività.
Ma nella società odierna, il paradosso è proprio questo: se fai emergere la contraddizione insita tra il corpo (semi)nudo e il considerarlo solo come semplice oggetto sessuale vieni subito tacciato come conservatore e (udite udite) retrogrado. E succede persino che la polizia che tutela la privacy (e la dignità) delle cittadine venga considerata sociopaternalista.
L’articolo non si risparmia certo qui e potremmo discutere fino all’alba ogni parola di questo signore (per maggiori info http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/26/giappone-polizia-contro-perversione-hentai-sequestro-di-videoscarpe-spia/1134406/).

Tuttavia, il nostro blog non ha come fine ultimo quello di dividere il diavolo in quattro o trascinarci in estenuanti critiche e discussioni sterili, quanto piuttosto suggerirvi (speriamo) degli utili spunti di riflessione e nuove
chiavi di lettura sugli eventi, rispetto a come vi vengono propinati abitualmente o come imporrebbe la cultura dominante. Per cui leggete, maturate le vostre opinioni e fateci sapere! Speriamo di aprire un dibattito  stimolante!

UN CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA. QUELLO CHE I LIBRI DI STORIA NON RACCONTANO

Marie-Olympe-de-Gouges

Correva la seconda metà del 1700: in una Parigi profondamente segnata da una monarchia che per anni aveva guardato solo ai privilegi della sua corte, mentre prende forma la prima Costituzione  e sullo sfondo iniziano a delinearsi i contorni cupi di quello che sarà il periodo del terrore, si staglia sempre più forte la voce di una delle personalità più importanti nella lotta per l’uguaglianza di genere: quella di Olympe De Gouges.

Olympe De Gouges (vero nome Marie Gouze) nacque nel 1748 a Montauban, a 17 anni fu data in sposa contro la sua volontà all’oste Louis-Yves Aubry che utilizzò la dote così ottenuta per aprire una trattoria. Aubry però morì presto e la giovane Olympe si trasferì con il figlio a Parigi. Da allora non accettò mai un matrimonio che anzi definiva “la tomba della fiducia e dell’amore”.

Una volta trasferitasi nella capitale, si dedicò al teatro e alla letteratura, frequentò i salotti culturali più esclusivi dove ebbe la possibilità di entrare in contatto con le idee dell’Illuminismo. Fervente sostenitrice dell’uguaglianza, nel 1789 viene portato in scena la sua prima opera teatrale che trattava di due schiavi in fuga: Zamore uccide un bianco quando questi cerca di rapire la sua amata Mirza. Alla fine i due schiavi possono colonizzare il loro sogno d’amore in quanto entrambi liberi. La rappresentazione portò un acceso scontro tra fautori e oppositori della schiavitù in platea e dovette essere interrotta più volte. La stampa parigina non risparmiò aspre critiche nei confronti della De Gouges sentenziando che “con la sua simpatia per uno schiavo assassino, aveva perso il diritto di essere riconosciuta nel gentil sesso”.

Nel 1791 l’assemblea nazionale varò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, poichè il corpo elettorale aveva escluso tutte le donne dalla sovranità popolare, Olympe De Gouges si prese la libertà di definire il nuovo regime come tirannico e scrisse la Dichiarazione Universale dei Diritti della Donna e della Cittadina nella quale affermava l’uguaglianza dei generi e rivendicava i diritti di esseri umani che  erano stati tolti alle donne. La sua Dichiarazione ha la stessa struttura (17 articoli) di quella precedente, ma con una sostanziale differenza nel contenuto: dove nel testo originario si parla di uomo, lei parla di uomo e donna. Nella sua opera infatti, esorta continuamente il lettore e il legislatore a trarre le conseguenze dell’esistenza di due sessi distinti, e di considerare che i diritti umani sono imprescindibili per le donne quanto per gli uomini. Esemplare il preambolo in cui interroga l’uomo del suo tempo chiedendogli: “Uomo, sei capace di essere giusto? Una donna ti pone questa domanda. Questo diritto almeno non potrai sottrarglielo. Dimmi, chi ti ha conferito questo potere dispotico di opprimere il mio sesso?”

Olympe De Gouges credeva inoltre nella sacralità della vita e nel fatto che una società giusta e liberale doveva fondarsi sul diritto e non sulla violenza e sul sangue. Per questo motivo rinnegò la condanna a morte di Luigi XVI, fece propaganda contro il terrore dei giacobini e attaccò personalmente Robespierre. A far traboccare il vaso fu un manifesto in cui incitava il vero sovrano della Francia, il Popolo, a decidere liberamente alle urne sulla forma di regime. Nel 1793, fu denunciata e arrestata e dopo pochi mesi fu mandata alla ghigliottina. Il caso  fu utilizzato dal regime per incutere terrore e intimidire le repubblicane, donne che avrebbero potuto sfidarne il potere. Minacciava Chaumette, membro del Tribunale della Rivoluzione: “Ricordatevi di quella svergognata  che fondò la società delle donne, trascurò la sua casa, volle parlare di politica e commise un crimine. Simili creature immorali sono state annientate sotto la scure che vendica la legge. Volete dunque imitarla?”

Per anni Olympe De Gouges è stata vittima, sia in vita che dopo, di forti pregiudizi, soprattutto da parte delle donne ed è stata ricordata solamente come una prostituta (cosa assolutamente falsa). Bisognerà aspettare la fine della II Guerra Mondiale per scoprire la bella figura di Olympe De Gouges. Una donna forte, con un grande rispetto per la giustizia, la libertà nonchè una delle portavoci più brillanti dell’uguaglianza tra i generi.

UN CAMBIAMENTO VERSO LA PACE

flagLungo le strade di Roma, giovedì scorso sfilava imponente una bandiera palestinese. Io la sorreggevo insieme ad almeno venti uomini e donne di tutte le età, appartenenti a diversi credo religiosi. Dietro di noi, un corteo composto da centinaia di persone; tutti insieme gridavamo Free Palestine.

Davanti a me c’era la signora Lidia che mi ha raccontato di aver voluto a tutti i costi partecipare al corteo anche se il marito non voleva perché: “le mie amiche guardano le soap opera e sono contente così. Ma io penso:  come fai a stare bene con te stessa se poi rimani indifferente davanti a certe tragedie?”.

In quel momento ho provato un sentimento di pienezza nel cuore. Ognuno di noi aveva lasciato le faccende quotidiane, gli affetti, le solite preoccupazioni e dedicato un po’ del proprio tempo per questa causa.

Il cambiamento quel giorno per tutti noi è stato non annegare nel senso di frustrazione e di impotenza perché le cose che vediamo sono troppo grandi e troppo lontane.Abbiamo alzato la testa e gridato a squarciagola  quello in cui crediamo e i principi ai quali ci ispiriamo.

jews and arabsIl nostro piccolo gesto non è il solo in questo senso, da giorni in tutto il mondo si organizzano cortei (a Londra c’erano più di 100.000 persone) e manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese, si firmano petizioni e si organizzano conferenze per richiedere un immediato ritiro delle truppe israeliane, sul web si organizzano campagne di sensibilizzazione. La più bella, a mio avviso, è la social campaign con l’hashtag #JewsandArabsRefuseToBeEnemies che ritrae ebrei e arabi insieme perchè amici,fidanzati, colleghi, vicini.. che lanciano messaggi di pace e rivendicano il loro diritto a vivere insieme una vita pacifica.

 

 

 

 

IL CAMBIAMENTO NELLA RELAZIONE CON SE STESSI. UNO SGUARDO A FRIDA KAHLO

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Qualche mese fa ho visitato la mostra di Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale. Premetto che non conoscevo assolutamente nulla dell’artista, a parte l’aver sentito qualche voce che la definiva “femminista”. Di proposito, non ho cercato alcuna informazione su di lei. Ho lasciato che i suoi quadri e le emozioni che mi suscitavano, mi raccontassero la sua storia. Ho trovato i suoi  dipinti forti, pieni di colore ed emozioni che riproducono tappa dopo tappa la vita dell’artista.

Mentre ero assorta da così tanta bellezza, non ho potuto fare a meno però, di sentire i commenti delle persone vicino a me. I commenti si riferivano per lo più alle sue sopracciglia troppo folte o al baffetto non depilato.

Ma Frida è sempre lì.

Sembra incurante di quello che potrà dire la gente, gli scenari cambiano ma lei è sempre la stessa. Perché a Frida non interessa apparire, lei vuole raccontarsi. Così le sue tele si dipingono di un fascino che racconta la sua storia: le  origini messicane, le ferite dell’incidente, l’amore con Rivera, l’esperienza dell’aborto. La sala del Quirinale si srotola come un canovaccio e mi racconta la storia di questa donna che non ha paura di sentirsi brutta o inadatta o di non essere accettata. Lei si racconta: afferma se stessa in ogni suo aspetto senza cercare di camuffarsi o di apparire diversa da quello che è, ma  anzi con una costante ricerca e attenzione nei confronti dei dettagli.

Ebbene, in una società così superficiale dove l’essere diventa così inutile rispetto all’apparire, ho amato i quadri di Frida Kahlo che rappresentano la massima affermazione di se stessa.  Perché come scrive James Hillman, – per carattere si deve intendere ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama “faccia” perchè la “faccio” proprio io, con le abitudini contratte nella mia vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato. –

Molti di voi forse storceranno il naso davanti a questo post, facendomi giustamente notare che la Kahlo viveva in un’epoca diversa in cui non esistevano gli stereotipi sociali e culturali di adesso. Sono fermamente convinta però del fatto che se non possiamo cambiare la storia, di certo possiamo imparare da essa. Da Frida Kahlo potremmo imparare ad instaurare una relazione più autentica con noi stessi, smettendola di guardarci con le lenti della società consumista e cercando di accettare con orgoglio, ogni aspetto, ogni singolo dettaglio di noi stessi fino ad arrivare alla celebrazione della nostra individualità.

 

Sei etero o sei gay? Il monosessismo che discrimina

“Forse se accettassimo il fatto che la sessualità non è binaria e neppure rigida e che prima di essere gay, etero o asessuali, siamo persone, ci sarebbero meno discriminazioni.
L’orientamento sessuale non è una caratteristica determinante l’identità di una persona, in quanto non determina i nostri comportamenti, atteggiamenti o idee. I gay non hanno tutti gli stessi comportamenti, gli eterosessuali non hanno tutti le stesse idee. Siamo tutt* uguali proprio perché siamo TUTT* diversi, a prescindere dal nostro orientamento sessuale e sesso.”

Ex UAGDC

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Tratto da una storia vera.

Sei bisessuale? Ah ancora non sai da che parte stare quindi?

Anch’io dicevo di essere bisessuale all’inizio, è una fase.

Dici che ti piacciono gli uomini e le donne solo perché sei troia e vuoi apparire.

 Asessuale? Cos’è? Una malattia?

Non sei attratto da nessuno perché non hai ancora provato un vero uomo.

Sei asessuale perché hai paura di confessare agli altri la tua omosessualità.

Asessuale? È una scelta religiosa?

Frocio di merda. Lesbica di merda.

Molte di queste frasi (e le loro innumerevoli varianti) le ho sentite (più volte) con le mie orecchie. Altre mi sono state riferite. Tutte sono state pronunciate.

La paura del diverso. Un concetto da cui ci hanno messo in guardia (in teoria) fin da piccoli, eppure raramente interiorizzato. Si ha paura di ciò che non conosciamo, di ciò che non vediamo tutti i giorni, di ciò che non siamo…

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